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I segreti di New York
di Corrado Augias.
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L'Uomo che Ama. Con P. Favino, K. Rappoport, M. Bellucci. Regia di Maria Sole Tognazzi.












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12 novembre 2008

Nassiriya, cinque anni dopo


Sono passati scinque anni da quel giorno terribile di Nasiriya.
Ricordo tutto, le prime notizie, frammentarie e confuse.
La tragedia che pian piano si andava a configurare.
Il dolore, la rabbia.
L'orgoglio di appartenere ad una Nazione ancora capace di far nascere eroi, di dare i natali a persone capaci di morire per il Tricolore, per la Libertà, per la Democrazia, per la Pace.
E poi ricordo i giorni successivi, il dolore delle famiglie, l'orgoglio degli Italiani.
In quei giorni, forse per la prima volta dopo la guerra, riuscimmo a vincere le nostre ataviche divisioni.
In quei giorni ci riscoprimmo tutti Italiani e basta.
Ci riscoprimmo grati ai nostri uomini in missione per il mondo.
Riscoprimo il potere unificante del Tricolore.
Ricordo l'Altare della Patria finalmente punto di riferimento di una Nazione colpita ma ancora in piedi.
Non finiremo mai di essere grati agli eroi di Nassiriya per tutto quello che hanno fatto, in Iraq e in Italia, col loro sacrificio.
Non li dimenticheremo mai!
Ed oggi, come ogni dodici novembre, gli rendiamo onore!




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5 novembre 2008

American Dream

Con l’elezione di Barack Obama si conferma il sogno americano.

Perché gli Stati Uniti sono quella nazione dove un giovane, appartenente ad una minoranza, proveniente da una famiglia di umili origini, addirittura non americano da chissà quante generazioni (il padre di Obama è keniano) può diventare presidente.

È per questo che il nuovo presidente ha creato tanto entusiasmo in patria e in tutto il mondo.

Questa estate sono stato a lungo negli Stati Uniti e li ho vissuti da vicino, non da turista, e dovunque si respirava il senso dell’opportunità che la nazione americana ti offre se la si sa e la si vuole cogliere.

Con Obama assistiamo al trionfo dell’opportunità, come ha detto il neo–presidente “l’America è il posto dove tutto è possibile”.

Ed è così: Obama ha sconfitto quello che sembrava impossibile sconfiggere, la macchina da guerra dell’establishment clintonian-democratico. Lo ha fatto, almeno all’inizio, col sostegno della gente: ai finanziamenti delle lobbies di Hillary, lui rispondeva con i micro-finanziamenti raccolti in rete da giovani precari e povera gente che rifletteva in lui le sue speranze, che pensava “se lui riesce a diventare presidente, anche io posso realizzare il mio sogno”.

Onore, tanto onore a Mc Cain, eroe di guerra, uomo perbene e sfortunato successore di Bush nel campo repubblicano: è innegabile che Mc Cain sia il miglior repubblicano degli ultimi anni, ma ha dovuto affrontare i risultati pessimi dell’ultima presidenza Bush, nonché una crisi economica disastrosa.
Abbiamo tanto da imparare da questa lezione americana, noi che viviamo in una nazione dalla politica ottuagenaria, ormai imbalsamata dalle liste bloccate e dai veti incrociati.
La vicenda umana e politica di Obama, lo confesso, mi riconcilia con la politica e, per un po', mi fa dimenticare le amarezze di casa nostra...




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4 novembre 2008

Parliamo di Isochimica..

Oggi in città si parla d’altro, lo so.
Ma io, se mi permettete, preferisco parlare di una vicenda che mi tocca da vicino (perché alla Ferrovia ci sono tutti i miei affetti) e perché avverto il dovere di fare e pretendere chiarezza.
Parlo della questione Isochimica.
Premetto che nel 12 novembre del 2004, ero stato eletto da appena qualche, ho rivolto la mia prima interrogazione sul futuro dell’area dell’ex Isochimica, senza poter avere mai risposte certe ed adeguate.
Ancora prima, nel 1996, l’allora assessore regionale al’Industria (che tra le altre cose è mio padre…) commissionò un progetto all’ENEA. Prevedeva l’inertizzazione dei materiali dannosi che venivano trasformati in vetro attraverso una bolla di calore. Poi ci fu il ribaltone…
La questione è indubbiamente complessa, perché l’area da bonificare non è un’area pubblica ma è un’area soggetta alla curatela fallimentare del gruppo Graziano (si, quello dell’Avellino a 30 punti, dell’elicottero nel campo sportivo, della Dyal e delle lenzuola d’oro).
Ma il fatto è che l’area va bonificata e basta. E non da ora! E cosa ha fatto fino ad ora il centrosinistra che ho visto sfilare con me per la ferrovia: niente!
Ci sono, evidentemente, degli interessi (legittimi) su questa area, in quanto zona posta in una posizione strategica e quindi appetita ed appetibile.
E qua cominciano le cose strane.
Innanzitutto, non si sa quanto abbia chiesto la ditta che deve eseguire i lavori di bonifica, la ditta Pescatore. Io ho cercato di informarmi, senza riuscirci.
Non so, però, se la curatela abbia la possibilità di pagare un’operazione tanto impegnativa dal punto di vista tecnico e dal punto di vista economico.
E allora qual è il rischio? Che non avendo soldi per pagare la bonifica, la curatela paghi con l’immobile stesso, consentendo ad una ditta di appropriarsi dell’immobile che avrà (se si verificasse questa circostanza) bonificato per se stessa!
Questa è una contestazione rivolta anche dall’ASI del morituro (in senso figurato) presidente dell’ASI, Pietro Foglia. Il problema, però, per quanto riguarda Foglia e l’ASI, è duplice:
    1.
Perché Foglia si sveglia solo dopo che la ditta, in maniera davvero improvvida, ha affisso i volantini che chiedevano agli abitanti della Ferrovia di chiudersi in casa per cinque mesi? Cosa ha fatto il novello manager demitiano?
    2.
Ma Foglia, che rivendica l’area per l’ASI, cosa ci vuole fare? Il termovalorizzatore o cosa?
Perché, vedete, dopo aver parlato di ditta privata e curatela fallimentare, dopo aver parlato di ASI e di Foglia è bene parlare anche un po’ del Comune.
Ebbene, il Comune (che ha un proprio rappresentante all’interno del cda dell’ASI, tale Modestino Verrengia) con l’approvazione del PUC, tra gli altri, compie due atti che riguardano quest’area.
Il primo, condiviso anche da me, prevedeva la destinazione dell’area Isochimica, dopo la bonifica, ad area PIP, di insediamento produttivo: su quell’area, cioè, potevano sorgere attività artigianali e piccole imprese. Questa previsione urbanistica era coerente con quello che vogliamo fare alla Ferrovia, il Mercato Generale di Avellino, vicino alla Stazione, vicino agli snodi autostradali.
È col secondo atto, da me fortemente avversato, che si va contro questa previsione. Perché la maggioranza in quei giorni approvava una osservazione dell’ASI che prevedeva come sovraordinato il Piano Regolatore ASI rispetto al PUC del Comune: se c’era cioè una differenza tra le scelte urbanistiche dell’ASI e quelle del Comune, avrebbero prevalso quelle dell’ASI.
Ci andavamo, cioè, ad ammanettare senza sapere né come né perché, ma allora De Mita imperava ancora ed orientava le scelte di tanti novelli antidemitiani…
Cosa succede? Succede che l’ASI, forte di questa osservazione approvata dalla maggioranza, prevede nel proprio Piano Regolatore che l’area ex Isochimica torni ad essere area industriale!
In tutto questo, il rappresentante del comune, quel tal Modestino Verrengia, mentre passavano orrori di questa natura si distraeva ed approvava con gli altri queste scelte.
Questa è la situazione.
Noi stiamo chiedendo e chiederemo poche cose:
    1.
La bonifica dell’ex Isochimica va comunque fatta e va fatta con la garanzia che la tecnica utilizzata sia la tecnica più avanzata e dal minor impatto ambientale possibile;
    2.
Vogliamo che il piano dei lavori sia illustrato a tutti i cittadini che abbiano interesse a conoscerlo, nel pieno rispetto dei principi della partecipazione;
    3.
Vogliamo che i cittadini possano nominare uno o più esperti indipendenti che abbiano, nel rispetto dei principi di trasparenza e partecipazione, pieno accesso ai lavori di bonifica per verificare la corrispondenza tra il piano dei lavori e quello che realmente si va a fare nell’area da bonificare;
    4.
Vogliamo che l’area dell’ex Isochimica sia acquisita al patrimonio comunale, al fine di realizzarvi il Mercato Generale, come previsto nel programma del PdL per la Ferrovia.
Questo è quello che pensiamo e che chiediamo.
Non abbiamo preso la parola durante la manifestazione di sabato perchè non ci piace partecipare a disgustose passerelle elettorali.
La gente di Borgo Ferrovia sa cosa abbiamo fatto e chiesto per l'Isochimica!
Siamo dispiaciuti di quanto sia scaduta la manifestazione tra un Bilotta e un sindaco che non ha perso occasione per parlare del suo piano di "riammagliare" le periferie (ma da quanto tempo riammaglia, questo?)
Ma andiamo avanti, sperando di avere tra qualche mese le leve delle decisioni che sicuramente gli incapaci di oggi non sapranno prendere.




permalink | inviato da giovannidercole il 4/11/2008 alle 13:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



28 ottobre 2008

Rispetto

Molti penseranno malignamente che questo post sia dovuto ad una sorta di “competizione” tra me e il protagonista del post stesso su una ipotetica corsa a sindaco.

Ho già più volte detto che non siamo competitor nella candidatura per il semplice fatto che io ho dato la mia umile e modesta disponibilità a candidarmi rispetto ad ipotesi formulate da qualche amico del PdL, mentre l’on. Pionati si è autocandidato per l’UDC a sindaco di Avellino.

Certo, potremmo essere competitor nella corsa elettorale, ma è cosa, questa, di là da venire.

E però non può sfuggire a nessuno la difficoltà (che a volte ha sconfinato nella goffaggine) del deputato centrista nell’affrontare la questione sanità.

È stato indubbiamente coraggioso, Pionati, o spregiudicato (fate voi) nell’affrontare un tema che mette in evidenza le sue contraddizioni.

Perché aggredire il tema “emergenza sanità” rimanendo nello stesso partito di che questa emergenza l’ha creata è davvero difficile, anche per chi vanta tanti anni di giornalismo di stato…

A me preme soltanto dire che in Campania sanità malata è uguale a dire De Mita – Montemarano (che prima ha gestito per De Mita la più grande e più indebitata ASL della Campania e poi ha governato, sempre in nome e per conto di De Mita, l’assessorato regionale alla sanità): questa è la storia e non basta un convegnetto ad Avellino per modificarla.

Quello che è stato detto l’altra settimana “De Mita non è il responsabile dello sfascio della sanità in Campania” non fa giustizia né all’intelligenza dell’on. Pionati (e questo potrebbe anche non interessarci), né a quella di chi ascolta basito ed offeso simili fesserie.

Credo che in politica si debba cominciare ad avere rispetto per chi ascolta e quindi misurare bene le parole che vengono pronunciate e credo che, questo, sia davvero un pessimo viatico per chi pretende di chiedere il consenso ai cittadini di Avellino.




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24 ottobre 2008

Ricomincio...

Ricomincio.
Incredibilmente, ricomincio dagli argomenti del mio ultimo post…
Ci sono stati tanti eventi che hanno bloccato la mia “vena comunicativa”.
Ci sono state, certo, delle vacanze lunghe e belle (vivere negli Stati Uniti, a Boston, per quasi un mese ti fa capire come può funzionare una città!), ma c’è stata anche una mia ritrosia a comunicare.
Perché uno pensa che sia necessario comunicare sempre emozioni positive, entusiasmi, infondere fiducia e non, anche, le proprie rabbie, le proprie delusioni umane e politiche.
Ma non è giusto pensarla così!
È probabile che proprio da questo “sfogo” nasca e cresca un nuovo entusiasmo, una nuova e più forte voglia di combattere quello che non va, anche “dalle mie parti”…
Facciamo un rapido riassunto delle vicende politiche.
A febbraio De Mita va via dal PD perché non viene candidato (una delle poche scelte serie di Veltroni).
Passa all’UDC, lasciando basiti in particolare quelli che lo avevano attaccato fino al giorno prima del suo passaggio, viene candidato e non viene eletto.
Da questo evento parte una guerra tra ex fratelli PD-demitiani, che ha visto due vittime eccellenti: l’Amministrazione provinciale retta dalla De Simone (PD) e l’Alto Calore di Madaro (demitiano).
Questi i fatti.
Dalla caduta della De Simone, però, è cominciato prima sotto traccia, poi sempre più evidente e senza vergogna un lavorio finalizzato al cosiddetto “accordo” con De Mita.
Sostanzialmente, c’è più di un qualcuno nel centrodestra che vuole a tutti i costi (qualcuno dice “sbava”) allearsi con De Mita. Le motivazioni sono varie: c’è chi vagheggia un tardivo ricongiungimento per ripetere i fasti degli anni 80, c’è chi pensa solo a vincere ed è convinto che solo con De Mita si vinca, c’è chi vive finalizzando la propria azione a danneggiare la posizione politica di altri…
Non mi interessa dire chi si vuole alleare, mi piace elencare qualche compagno di viaggio che questa alleanza non la vuole: il mio presidente provinciale, Cosenza, qualche amico di Forza Italia come l’amico Claudio Rossano e l’Avv. Generoso Benigni, l’on. Arturo Iannaccone, ovviamente mio padre.
Cosa sosteniamo, insieme?
Diciamo, innanzitutto, nel metodo, che il dialogo si fa in due e non ci sembra che De Mita abbia ancora detto di volersi alleare con noi: sbavare è una cosa che non ci piace, in particolare ora che siamo il primo partito d’Italia e d’Irpinia. E allora non si aprono le porte a chi, a queste porte, non si degna neanche di bussare.
A questo, sempre metodologicamente parlando, aggiungiamo che non sapremmo neanche con chi dialogare, visto che ormai l’UDC è spaccata in tre tronconi: demitiani, uddiccini 1 (Pionati & co.), uddiccini 2 (Romei e D’Amelio). Con chi si fa l’accordo? Con uno di questi, con due di questi, chi detta la linea dell’UDC?
Poi, nel merito, riteniamo che l’accordo con De Mita sia quanto di più sbagliato dal punto di vista sia politico che elettorale.
Appartengo ad una tradizione politica antidemitiana prima che anticomunista…
Non può essere un’attività comune per far cadere un’Amministrazione provinciale la base sulla quale si costruisce un’alleanza elettorale con chi ci ha preso a calci negli stinchi per quarant’anni.
Se per una parte di Forza Italia, che ha comunque un elettorato in parte post-democristiano, è più facile accettare un’ipotesi del genere, per gli uomini e i militanti di AN no! E lo stesso vale per tantissimi militanti di Forza Italia e del resto del PdL.
Vedete, la gente che milita nel mio partito ha vissuto i metodi, ha patito le arroganze del sistema di potere di De Mita e dei suoi sgherri.
Quanti professionisti valenti, ancora oggi, si sudano e si stentano quello che guadagnano per non aver voluto piegare la schiena, mentre vedono incapaci ottenere incarichi a destra e a manca?
Quanti giovani hanno scelto a malincuore di lasciare la famiglia e la propria terra per conservare la propria libertà e la propria dignità?
Quante persone sono state emarginate, trattate come dei pazzi o come degli appestati per il solo fatto che non hanno mai voluto baciare la pantofola al potente, al signorotto, al satrapo?
Questa è la gente, è il popolo che ha dato a me e a tanti che hanno combattuto dalla mia parte la forza di andare avanti, di resistere alle pressioni, di mantenere la barra dritta!
Io non posso, né voglio deludere quelle persone e sono disposto a tutto per conservare la mia dignità, la dignità di un popolo che ora vede finalmente le proprie idee trionfare, che ora vede la possibilità di affrancare la propria terra da decenni di inchini e vassallaggi.
La libertà e la democrazia non basta averla scritta nei simboli elettorali, va rafforzata e testimoniata ogni giorno, con le azioni, con i comportamenti, con le scelte.
Ricomincio!




permalink | inviato da giovannidercole il 24/10/2008 alle 14:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa



8 luglio 2008

PdL chiaro e coerente, per la De Simone una fine ingloriosa!

 

Sembrava impossibile quattro anni fa…

Eletta con il 64 %...

Eppure da oggi la De Simone non è più Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Avellino.

È caduta a causa dell’implosione fragorosa della sua maggioranza.

L’opposizione, il centrodestra e il Popolo della Libertà sono stati il motore di questa “botta” che, sono sicuro, rappresenterà la riscossa per un centrodestra che potrà finalmente mostrare ai cittadini, stanchi di questo centrosinistra, la propria capacità di essere classe di governo del territorio.

Non possiamo nascondere che questo risultato è stato raggiunto anche attraverso le dimissioni dei consiglieri demitiani.

Ma questo non deve trarre in inganno nessuno!

I demitiani sono passati all’opposizione e fanno opposizione insieme a noi.

Ben altro è progettare ipotesi di alleanze!

Il Popolo della Libertà ha trionfato in provincia ed ha ottenuto risultati straordinari in Città: è per questo che ha l’obbligo morale ed il diritto politico di interpretare l’ansia di cambiamento consegnata dagli elettori in aprile.

Questo è possibile solo attraverso la proposta di propri candidati e di propri programmi.

Ognuno sarà libero, poi, di valutare i programmi ed i candidati ma non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo riconsegnare i nostri elettori alla sfiducia di accordi al ribasso.

Detto questo mi sia consentito di esprimere la mia più grande delusione per l’ultimo, disperato, miserrimo tentativo di resistenza della De Simone.

Pensare di aggrapparsi a stupidi ed inutili cavilli burocratici montati ad arte e che saranno travolti già oggi vuol dire perdere quel po’ di dignità che poteva ancora aver conservato la De Simone.

Ed a proposito di dignità ricordo ancora la De Simone costretta a modificare la giunta dopo poche ore per volere di chi oggi l’ha crocifissa.

Non sarebbe stato meglio per lei andare a votare già allora e mostrare di avere gli attributi? Sarebbe stata sicuramente rieletta ed avrebbe avuto una maggioranza più coesa e solida. Allora ebbe paura e scelse il compromesso che, con alcuni, non paga mai!

Qualcuno dice che “forse era meglio non far cadere la De Simone per evitare di farsi strumentalizzare e per tenere fuori i demitiani dal potere dell’Amministrazione provinciale”.

Premettendo che chi fa opposizione, comunque, non può fare da stampella, ma mi sembra, in verità, che con questo atto non solo i demitiani ma anche il PD sia tenuto fuori “dal potere dell’Amministrazione provinciale”, consentendoci di giocare la partita ad armi pari.

Per quanto riguarda, poi, le strumentalizzazioni dei demitiani, è da ora che si apre una partita importante che noi del PdL dovremo essere capaci di giocare e di giocare in proprio senza accettare sconfinamenti da parte di chi non conosce la realtà locale né gli effetti di una alleanza che nessun elettore del PdL in questo momento vuole.




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19 giugno 2008

Avellino capitale degli abusivi

La nostra Città continua ad essere preda di abusivi.
Atavico è il problema degli occupanti abusivi degli alloggi popolari, sul quale, appena avremo tutti i documenti, faremo luce in maniera clamorosa.
Nel commercio, invece, la tolleranza dell’abuso raggiunge livelli inaccettabili: c’è chi occupa il marciapiede allo Stretto diversificando “l’attività” (rose alla festa della mamma ed a Santa Rita, Tricolori durante gli Europei, poi magari le spighe); c’è chi ha costruito una vera e propria baracca fissa dinanzi al Centro Sociale Samantha Della Porta o poco più avanti lo stadio; c’è chi vende i ricambi per auto a Piazza Castello, davanti l’obbrobrio dell’Arch. Colucci, noto alle cronache per aver progettato il Mercatone e i parcheggi inutilizzabili del carcere borbonico.
Ad ogni angolo di strada ambulanti senza licenza vendono frutta e verdura, senza scontrino, senza alcun rispetto delle elementari norme d’igiene. Sono affollati di gente: soldi ce ne sono pochi e chi può permettersi di non pagare né un negozio, né le tasse può far risparmiare…
È un fatto nuovo questo?
Assolutamente no! Avellino è “abusata” da tanti anni senza che nessuno se ne preoccupi: l’anno scorso facemmo una vera e propria “crociata”, anche dai blog, per vedere un minimo di legalità e di ordine in questa Città. Tutto inutile!
Però in compenso abbiamo un comandante dei vigili urbani che una volta ogni due o tre mesi rilascia interviste sui quotidiani locali dicendo “da oggi tolleranza zero!”
Ma che combina il nostro comandante se gli abusivi stazionano a cinquanta metri dal municipio di Avellino?
Noi ci impegniamo pubblicamente, l’abbiamo già fatto durante la conferenza programmatica di febbraio, a riordinare letteralmente la Città: Avellino, se il PdL vincerà, non sarà il bengodi dei furbi, dei delinquenti e degli abusivi.




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8 giugno 2008

Un eroe dei nostri tempi


Marco Pittoni era un sardo trapiantato a Pagani, in quest’inferno di Campania, massacrata da criminalità, rifiuti ed abbandono.
Era a Pagani perché lì il destino aveva voluto che andasse a svolgere il suo dovere: tenente dei Carabinieri.
A Pagani aveva conosciuto l’amore e, forse, gli sembrava che quel destino che lo aveva portato in quell’angolo di agro nocerino fosse un destino dolce e pieno di futuro e di speranza.
Nel destino di Marco Pittoni, invece, c’era un ufficio postale, quattro delinquenti ed un bivio.
Quando, nell’ufficio postale di Pagani, i quattro delinquenti sono entrati a compiere la loro rapina, Marco Pittoni non era in servizio, non indossava la divisa. Avrebbe potuto fare come tanti, avrebbe potuto fare come spesso facciamo noi, girando la testa dall’altra parte, facendo finta di niente, aspettando che tutto finisse.
Ma la divisa, il senso del dovere, l’essere Italiano, Marco Pittoni ce l’aveva marchiati a fuoco nel cuore, quel fuoco che si portava appresso dalle miniere del Sulcis che aveva salutato chissà quanto tempo fa.
E allora davanti al bivio della propria vita Marco Pittoni non ha esitato, ha scelto la strada del dovere, ha scelto la strada dell’eroismo.
Non ha cacciato la pistola, che pure teneva addosso: egli era un carabiniere non un cow-boy e i carabinieri non usano mai la pistola per primi.
Ha cercato di disarmare i banditi, lui solo contro quattro balordi.
Ha donato la sua vita per lo Stato, per la sicurezza, per il dovere, per la divisa, per quel Tricolore che lo ha accompagnato nell’ultimo viaggio a testimoniare l’orgoglio dell’Italia per questi eroici figli.
Marco Pittoni aveva la mia età e non posso, ora che scrivo, trattenere le lacrime perché, pur non conoscendolo, ora che so che non c’è più, mi sento più povero.
Grazie Tenente Pittoni, eroe dei nostri tempi!




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5 giugno 2008

Avellinesi, resistete un altro anno...

Pubblico integralmente l'intervista che ho rilasciato ieri a Cristina Gentile di Buongiorno Irpinia:
Non siamo ancora, ufficialmente, in campagna elettorale, ma il clima e il quadro politico che si è creato a Palazzo di Città, ormai, hanno proiettato Avellino già verso il 2009.

Il sindaco Giuseppe Galasso, dopo aver incassato il voto favorevole al bilancio di previsione, infatti, non ha più ostacoli (o almeno non dovrebbe averne) per condurre questa amministrazione fino alla sua scadenza naturale. Ma c’è già chi si prepara alla prossima competizione elettorale, il cui nome è l’unico, al momento, possibile candidato per il Popolo della Libertà.

Giovanni D’Ercole, capogruppo di Alleanza Nazionale in consiglio comunale, da quattro anni, è forse uno dei più attivi esponenti dell’opposizione di centrodestra.

Con lo sguardo al futuro, e con piglio critico nei confronti del presente, D’Ercole rivela il suo impegno per la città di Avellino e analizza l’attuale momento politico in aula, soprattutto alla luce di quanto è accaduto nell’ultima tornata consiliare.

Allora, consigliere D'Ercole, qual è la sua interpretazione di quello che sta accadendo all'interno della maggioranza consiliare dell'ente di Piazza del Popolo?
 

 «Come ho già avuto modo di sottolineare, ribadisco che il sindaco Galasso si è avviato verso una china rischiosa per la città. Pensare, infatti, di governare senza avere una maggioranza, mi sembra una scelta grave e dannosa nei confronti della città di Avellino. Sono convinto, in effetti, che l’attuale situazione politica non consentirà di affrontare le esigenze e le urgenze del capoluogo, perché non può, a mio avviso, esservi alcuna strategia amministrativa seria, senza una maggioranza forte. Tra l’altro la maggioranza intorno a Galasso mi sembra aprogrammatica, nel senso che non c’è l’enunciazione di un programma da parte del sindaco, né, di conseguenza, un’adesione ad un programma da parte dei consiglieri. Intorno al sindaco, quindi, c’è solo una raccolta di consiglieri che perpetua l’assoluta mancanza della responsabilità di avere un progetto da realizzare. Ovviamente, poi, non possiamo non analizzare il fatto che quattro dei consiglieri che siedono attualmente in maggioranza sono stati eletti con i voti dei cittadini che non volevano Galasso. E’ per questo che ci ostiniamo a dire che questa amministrazione è una casa di cartone costruita sulla sabbia. Anche se, in un certo senso, la scelta del sindaco, per me che faccio opposizione è la migliore possibile, perché questa situazione porterà Galasso ad un lento logorio e ad essere disarmato e debole nella prossima campagna elettorale. Questo, quindi, porta vantaggi al centrodestra, che si è già premunito di una dote programmatica importante, con il documento presentato a febbraio. Io ne sono particolarmente orgoglioso, in quanto siamo stati capaci di elaborarlo con un anno di anticipo e poi è un programma completo e moderno, soprattutto nella concezione legata all’idea forte di dare un identità ad ogni zona della città, che non si sentirà più periferia, ma avrà una propria specificità».

 

State lavorando, quindi, già per il futuro?

«Credo che in tutti questi anni, abbiamo dimostrato di avere le idee chiare e la responsabilità di un’azione amministrativa. Non a caso, siamo stati chiamati spesso “opposizione governante”. E pensiamo che riusciremo a fare ancora meglio quando saremo al governo, anche se non sarà molto difficile fare meglio dell’attuale classe dirigente». La campagna elettorale è già iniziata? «Diciamo che ci avviamo a vivere questa campagna elettorale e, ufficialmente, partiremo alla fine di questa estate con manifestazioni e incontri, tutti legati alla conquista della città».

 

Consigliere D’Ercole, resta lei, comunque, l’unico possibile candidato, al momento, per il PdL?

«Quella della mia candidatura è un’ipotesi lanciata dal consigliere Generoso Benigni, che ringrazio. E questa ipotesi, anche se non è stata ancora formalizzata, trova condivisione in molti settori del Popolo della Libertà, oltre alla mia più ampia disponibilità. Resto, infatti, a disposizione dei partiti del centrodestra, pronto ad intraprendere la prossima battaglia. Ma sia che sarò candidato nella posizione apicale che in quella di consigliere comunale, il mio attivismo non sarà modificato. In ogni caso, io sono aperto a tutte le ipotesi di scelta del candidato, anche quello delle primarie. Credo, infatti, che non ci debbano essere ambizioni personali a mettere i bastoni tra le ruote ad una vittoria che, a mio avviso, per il centrodestra è davvero a portata di mano. Pertanto, sono anche pronto a farmi da parte, qualora dovessero esserci candidature più valide. In ogni caso, finalmente, con l’ipotesi del mio nome, finisce un’epoca in cui il centrodestra cercava i salvatori della Patria all’esterno. Quella modalità di scelta, infatti, era un’ammissione di scarsa qualità della sua classe dirigente, era un implicito riconoscimento di debolezza. Oggi scegliere chi ha fatto la gavetta, secondo me, è un segnale di attenzione e riconoscimento verso una classe dirigente che si è posta dei problemi, che ha segnato punti importanti nell’azione amministrativa e che merita, pertanto, un’investitura. E credo proprio che la mia candidatura non sia solo quella di Giovanni D’Ercole, ma di tutti coloro che si sono confrontati sui problemi, di chi ci ha messo la faccia e conosce ogni singola questione di questa città».

 

Al momento, i suo “avversari” nella prossima competizione elettorale per la corsa al Comune di Avellino, dovrebbero essere Francesco Pionati per l’Udc e Antonio Gengaro per il centrosinistra alternativo. Chi le piacerebbe poter “sfidare”?

«Sicuramente, anche il Partito Democratico avrà un suo candidato. Sinceramente, non so se sarà Giuseppe Galasso, anche perché non tutti gli esponenti del Pd sembrano gradirlo. In ogni caso, la sua candidatura per il PdL sarebbe un momento di forza e, in caso di vittoria, per noi sarebbe un doppio trionfo».

 

Sugli altri candidati?

«Amo profondamente il confronto e, pertanto, mi piace avere di fronte delle persone che abbiano delle idee da proporre e sulle quali esprimere anche il proprio parere e la propria posizione. Devo far notare, ad esempio, che in questi cinque anni, dopo un iniziale confronto televisivo, benché io abbia chiesto più volte dei confronti pubblici, non sono mai riuscito ad ottenerli. Questo ha rappresentato un impoverimento della democrazia avellinese e oggi ci ritroviamo, infatti, con un consiglio comunale che sembra un “deliberificio”, ma dove il confronto e il dibattito non esistono. Noi speravano, ad esempio, che con la nostra conferenza programmatica di febbraio si aprisse il confronto. Invece questo è mancato, perché i partiti del centrosinistra hanno completamente abbandonato la pratica del dibattito democratico. In campagna elettorale, però, nessuno potrà più sottrarsi. Ad ogni modo, tutti i candidati vanno bene se sono portatori di idee e non portatori di interessi. Dal punto di vista della tattica elettorale, comunque, quanti più candidati ci saranno, tanto meglio per il centrodestra che potrà ambire ad andare al secondo turno e poi giocarsi la partita nel migliore dei modi. La cosa interessante sarebbe, a mio avviso, un patto tra gentiluomini, per cui chi va al secondo turno, abbia la forza di rinunciare ad accordo sottobanco o apparentamenti molto onerosi. Come poi ha fatto Galasso, che oggi, è continuamente sotto scacco di forze politiche, fino al clamoroso “caso” Trofa dove un solo consigliere, non rilevante nell’elettorato avellinese, conduce il gioco politico della città, solo perché è il ventunesimo consigliere comunale. Credo che la politica nuova di Berlusconi e Veltroni debba trasferirsi anche nel contesto comunale e consentire ai due grandi blocchi di confrontarsi e decidere, senza subire il ricatto delle altre forze».

 

Tornando proprio al quadro in consiglio comunale, come vive l’attuale assetto dell’opposizione che ha visto l’ingresso di un nuovo gruppo, quello dei Popolari per l’Unione di Centro?

«Io, personalmente, sono stato abituato a vedere traslochi continui dall’opposizione alla maggioranza e non posso che essere contento del fatto che questa maggioranza vada smembrandosi e alcune persone scelgano di non sostenere più Galasso. Ma stare insieme all’opposizione, non significa stare insieme al governo. Non è detto che il fatto che stiamo condividendo un percorso di opposizione con Gengaro e i demitiani porti ad una piattaforma comune per le elezioni del 2009. E’ un’idea che non appartiene a nessuno di noi».

 

Il capogruppo di Libera Città, Gengaro, ha accuso il centrodestra di militarizzare l’aula. Come risponde?

«Non so, sinceramente a che si riferisca. Ma credo sia normale che in una votazione importante come quella sul bilancio, abbiamo cercato di essere tutti presenti. Il dovere dei consiglieri comunali, ovviamente, è quello di essere presenti, ma una strategia in una votazione importante, è normale. Se qualcuno di noi, poi, è capace di tenere un’accorta regia, tanto da consentire una votazione in cui sono presenti 41 consiglieri su 41, nessuno deve scandalizzarsi. Parlare di militarizzazione in termini negativi, poi, non lo trovo giusto. Devo dire però che in 4 anni di mia esperienza consiliare e tanti anni di attività politica, non ho mai sentito di consiglieri che cercano di aggredire persone del pubblico, anche se queste hanno fatto dei gesti provocatori. In quel caso, credo che un consigliere aveva il diritto e l’obbligo di chiamare un vigile e far allontanare il provocatore. Ma quando una provocazione viene raccolta e amplificata con la replica fisica di tre consiglieri comunali, a me sembra che questo sia il vero scandalo di quella serata. E’ stato un esempio negativo per la città e bene ha fatto Galasso a chiedere scusa. Perché i 40 eletti dal popolo devono avere una concezione sacrale dell’aula . Così come credo, infatti, che dovrebbe essere vietata la sciatteria degli atteggiamenti dei consiglieri comunali. Io sono giovane, ma ho una cognizione sacrale dell’aula. E in aula si mette la giacca, perché, in quel momento si sta davanti all’istituzione comunale».

 

Infine, vuole dire qualcosa alla città?

«Voglio lanciare un messaggio di grande speranza ai cittadini avellinesi, che stanno vivendo con grande disagio quanto è avvenuto in consiglio comunale. A loro voglio dire che resta solo un altro anno di questa armata Brancaleone. E c’è una prospettiva di alternativa chiara e concreta. Gli avellinesi, pertanto, devono avere capacità di vivere la novità senza paura, perché il vecchio è già noto ed insoddisfacente. Per una volta gli avellinesi devono correre il rischio, perché solo così potranno trovare sorprese esaltanti e noi non deluderemo le loro aspettative».




permalink | inviato da giovannidercole il 5/6/2008 alle 11:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



22 maggio 2008

Gomorra, il dolore e la speranza

Matteo Garrone mi ha portato a Gomorra con le sue immagini potenti, violente, ironiche, visionarie così come Roberto Saviano mi ci aveva fatto entrare con la sua prosa asciutta, senza una morale contenuta.
Il film non è la trasposizione cinematografica del libro (cosa che sarebbe stata, per altro, impossibile), bensì è il completamento del libro, facendosi complementare ad esso, tradendolo con fedeltà, attraverso l’apporto espressivo di immagini fortissime, attraverso la geometria circolare dell’inizio e della fine: i 135 minuti di film si aprono e si chiudono su una sparatoria, anzi su un'esecuzione, con le stesse modalità di banale ferocia, di ordinaria efferatezza.
Ma questo film racconta, molto più dei fatti il luogo, il topos. Un luogo che è a pochi chilometri da noi, che conosciamo bene e che, forse, ci sta pure contagiando, quantomeno nella rassegnazione di quel “tutto a posto” ripetuto ossessivamente dalle sentinelle di Secondigliano ad ogni macchina “controllata”, come dal boss che ha appena fatto cadere nella sua crudele trappola i due ragazzini balordi, parodia tragica e volgare di due moderni Eurialo e Niso.
Gomorra non è un gangster-movie, non è un’affresco grandioso di Leone o di Scorsese col racconto delle grandi parabole, delle ascese esaltanti e dei declini tragici ma ugualmente grandiosi.
Gomorra è una società parallela alla società normale, pasoliniana nel sostrato sociale, ma senza poesia.
Una società dove è sottotitolato il dialetto ma non il cinese o l’africano, perché è Gomorra la società estranea allo spettatore.
Una società dove l’anormale diventa normalità, dove i bambini giocano in piscina su un tetto delle Vele e per un istante (finché l’obiettivo non si allontana) potrebbero stare anche nel giardino di una “pulita” casa lombarda, dove una coppia di sposi festeggia in un corridoio delle Vele sovrastato dalle sentinelle che continuano il loro ripetitivo lavoro di controllo, dove in ogni angusta abitazione c’è l’altarino dedicato al figlio o al marito morto ammazzato (martiri senza gloria), dove un bambino senza infanzia osserva il segno livido lasciato da una pallottola con l’orgoglio di un tatuaggio di appartenenza alla categoria degli adulti, dove è normale pagare 500 euro ad un marito per una moglie in carcere, dove un santo viene fatto traslocare (cacciato via perché è venuta l'ora dei killer e bisogna decidere tra amici e nemici: anche padre Pio è finito con gli scissionisti e segue in guerra i suoi devoti).
È un film intenso ma che non commuove perché non vuole commuovere, perché non ci sono eroi, non ci sono innocenti, non c’è amore (tranne che quello familiare-materno, coerente con la logica del clan), né amori, amoretti, lucchetti. E le corse in moto, alla maniera di Step/Scamarcio, avvengono solo in vista di un omicidio. E nessuna ragazza si lascia guardare nuda, se non per campare.
I luoghi, le facce, gli odori, i suoni, i ghigni, le movenze animalesche eppure in qualche modo (purtroppo) umane di Gomorra ti restano attaccati addosso quando esci dal cinema ed affondano le unghie nella pellicola con la stessa forza dei mostri sacri Scorsese di «Good Fellas» o De Palma di «Scarface»: non puoi dimenticare il dialogo continuo dei luoghi di Gomorra, tra l’urbanitas malata di Villaggio Coppola e delle Vele di Scampia e la campagna non più madre che restituisce simbolicamente la sua violazione con le pesche o con le mozzarelle di bufala che mangiamo tutti, nutrite di scorie letali, trasformate in bombe che seminano tumori.
Non puoi dimenticare il dialogo magistrale di due bambini diventati subito adulti (perché in guerra diventi adulto più in fretta), che diventano nemici perché qualcuno ha ordinato loro di odiare e di essere nemici, perché c’è il traditore, l’infame … e il traditore e l’infame vanno ammazzati anche se ci hai giocato insieme.
Non puoi dimenticare il sarto Pasquale, il suo sorriso amaro quando vede il suo abito sul corpo stupendo di Scarlett Johansson sulla passerella di Venezia o la sua esausta felicità quando si corica accanto alla moglie e al figlioletto in un'immagine bella come una Pietà del Rinascimento.
Non puoi dimenticare quei dettagli geniali (l'imprenditore del Nord che chiede «è tutto clean?», il piccolo aspirante camorrista che si depila le sopracciglia, il sarto che parla coi cinesi facendo capolino da una specie di botola nel bagagliaio dell'auto) che valgono un romanzo.
Non puoi dimenticare la stupida ingenuità di Marco e Pisellino che pensano di sopravvivere ai casalesi, al loro tentativo di smitizzare il boss perché grasso, in ciabatte, malcurato e malvestito.
Non puoi dimenticare il tremore schizzato di sangue di don Ciro che ha appena tradito chi aveva servito per tanti anni.
Non puoi dimenticare la colonna sonora inesistente, strategicamente stringata, nella quale, i brani dei neomelodici, con tutta la loro tenera brutalità, s'alternano al repertorio di Nino D'Angelo, poi si mischiano ai suoni «naturali» dell'inferno napoletano e infine soffocano nel suggello ossessivo dei Massive Attack sparato dalla Mini “modificata”.
Siamo a Gomorra, all’inferno, nell'apocalisse quotidiana della criminalità campana, dove due ragazzini capiranno atrocemente che nei casermoni di Villaggio Coppola non si nasce (né si muore) col rango di Scarface e Napoli non c’è, non la vediamo, non c’è traccia di quello che abbiamo amato della nostra capitale, della nostra regione: l’unica icona del Grand Tour campano (quello che vediamo dipinto nei quadri del ‘700 e nelle guache) si intravede dalla spiaggia domizia, nel contorno ammorbato e plumbeo di Ischia incontro al quale si allontana la ruspa che porta via Marco e Pisellino, quello stesso contorno contro il quale gli stessi ragazzini avevano sparato la loro balorda rabbia verso il niente.
Tutto il resto è bruttezza brulicante di inutile vita in stridente contrasto con la bellezza placida di Venezia (visitata da Franco Servillo e immortalata dalla passerella di Scarlett Johansson). Nessun barlume di bellezza dentro questo buio fitto sotto il sole: forse la bellezza è nata qui, per caso o per errore, ma è volata lontano, addosso a Scarlett Johansson, col risultato che chi l'ha partorita è rimasto ancora più solo ed impotente.
Sono orribili le case dove vivono i proletari della camorra, ma sono brutte ed anguste anche quelle dove vivono i boss, come è brutto il loro modo di vestire come è brutto il loro modo di usare un dialetto usato per le più belle poesie e per le più belle canzoni di tutti i tempi. È orribile l’anima già venduta a Gomorra di un bambino angelico che tradisce una splendida Maria Nazionale in una delle scene più terribili del film, dove la guerra non risparmia neanche le donne.
Se, come diceva Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”, Gomorra è persa perché non c’è il bello c’è solo il denaro, l’auri sacra fames elevata a principio vitale dalla frase: “ ’e sordi so’ tutto”: tutto è all'asta, anime e corpi.
I soldi circolano continuamente, mescolandosi a fiumi di sangue: il denaro serve a Ciro e Marco per le slot machine e i nightclub; Don Ciro “il sottomarino” lo distribuisce alle famiglie degli affiliati; lo cerca il tredicenne Totò, da quando si rende conto della differenza tra i soldi che vede in mano agli spacciatori con quelli che racimola con le mance; è il denaro a spingere il sarto Pasquale a insegnare i suoi segreti alla concorrenza cinese e tanto denaro viene dalle industrie lombardo-veneto, ansiose di appioppare i loro rifiuti tossici.
Nel paese del sole il cielo è grigio, opprimente, da Gomorra non si esce: impossibile fuggire, si sta da una parte o dall'altra, si è cadaveri in attesa del proprio turno, ma decisi a ritagliarsi un posto al sole nel frattempo. E può accadere che la guerra immischi anche Don Ciro, una vita da tranquillo porta-soldi, perché gli ordini sono mutati, il clan s'è spezzato in due. Si può cambiare mestiere, passare come fa Pasquale dalla confezione di abiti d'alta moda in una fabbrica in nero a guidare camion (della camorra) in giro per l'Italia, ma non si può uscire dal Sistema che tutto sa e tutto controlla. Quando Roberto si lamenta di un posto redditizio e sicuro nel campo dello smaltimento dei rifiuti tossici, Franco, il suo datore di lavoro, lo ammonisce: non credere di essere migliore degli altri. Funziona così, non c’è niente da fare.
E, invece, forse qualcosa si può fare  perché il giovane in cerca di lavoro avrà il coraggio di dire no, rifiutando forse l'unica "occasione" di carriera che si offra a un neolaureato senza conoscenze (Gomorra non parla di Scampia, ma di tutta l'Italia). Forse, perché non è su di lui che si chiude il film, bensì su due corpi morti ammazzati e portati via da una ruspa, a ricordare che la logica vincente non è certo quella della vita: i ragazzini che non volevano capi sono finiti in trappola, quattro colpi e i loro corpi finiscono nella foce del fiume: è il Volturno, lì è nata l'Italia. Lì garibaldini e sabaudi sconfissero i Borboni. Il Volturno di Garrone è tornato a essere la linea dei fronte. Quella tra Stato e anti-Stato.
Il senso di questo film sta nel far vedere che non c'è futuro, che arrivare a compiere trent'anni è un traguardo ambito: non ci sono eroi criminali. Nell'unica scena girata nella villa costruita dal padrino Sandokan copiando la dimora di Scarface, i due adolescenti ripetono a memoria il dialogo di Al Pacino ma sono destinati a finire crivellati. Carne da macello: si uccide e si muore senza nemmeno capire cosa sta succedendo. E se non si mitizza la vita del camorrista, se si indica con chiarezza che porta solo alla morte, allora arriva comunque una spinta a cambiare.
Gomorra è un film (e un libro) che ci scaraventa nell'orrore e ci dà una speranza. Quella di saper ancora guardare oltre e, forse, di lottare.




permalink | inviato da giovannidercole il 22/5/2008 alle 16:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


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